Normalitá

Possiamo cercare di definire la Chirurgia Plastica Ricostruttiva come quella branca chirurgica che cerca di ripristinare la “normalità”.
La Chirurgia Plastica ripara i danni dopo demolizioni per patologie neoplastiche, malformative (congenite ed acquisite), traumatiche, post-traumatiche interessanti ogni distretto anatomico cutaneo.

Riveste un ruolo di primo piano soprattutto in quelle zone corporee per cui è molto importante la funzione (cavo orale, naso, arti), ma anche quelle aree visibili, in cui l’aspetto estetico è una problematica assolutamente rilevante (volto, mammella, mani).

Intraprendere un percorso di chirurgia ricostruttiva è sempre fondamentale per il paziente sia da un punto di vista funzionale, sia da un punto di vista psicologico.
Funzionalmente il paziente deve recuperare le funzioni lese.
Psicologicamente egli deve riuscire a superare definitivamente la malattia e ricominciare ad accettarsi.
Molti studi, infatti dimostrano il miglioramento della qualità di vita delle persone, che dopo un trauma o un tumore sono state sottoposte a ricostruzione.
Il ripristino dell’integrità corporea, infatti aumenta la fiducia in se stessi, la capacità di rapportarsi con gli altri, e la vita sia pubblica che privata ne beneficia.
La chirurgia ricostruttiva e la chirurgia estetica condividono una buona parte di tecniche chirurgiche.

 

Ricostruzione Mammaria Oncologica

Ricostruzione mammaria Togliere un seno non è mai solo togliere un seno.

(Sintesi tratta dalla tesi di specializzazione) L’impatto psicologico di una malattia deve considerare i significati personali e sociali attribuiti alla malattia e all’organo colpito. Il cancro evoca il concetto d’invasione subdola, di morte inevitabile e costringe chi lo subisce ad un vissuto d’impotenza, creando un disagio, che nel cancro al seno può trovare ulteriore amplificazione per la peculiarità dei significati attribuiti a tale organo. Il seno è fonte di nutrimento e assolve alla funzione materna diventando simbolo di vita, emblema di fertilità, rigogliosità e prosperità. Ma contemporaneamente è anche organo sessuale, quindi prova d’identità femminile, strumento di seduzione ed erotismo, fonte di piacere. Da esso dipende in larga misura la qualità del rapporto con la propria immagine corporea. Tant’è che “Il modo in cui una donna guarda il suo seno è un buon indicatore del suo grado di autostima”. Accanto a questa troviamo poi una dimensione privata, soggettiva, cioè la personale immagine corporea, che non è quella reale, riflessa da uno specchio, ma la rappresentazione mentale del proprio seno. Nell’immagine corporea si coagulano aspetti fisiologici e psicologici, si confrontano comunanze e differenze, pudori ed esibizionismi, s’intrecciano le idee di ciò che è stato, ciò che è, ciò che si vorrebbe sia, ciò che si pensa gli altri vedano e ciò che si sente. L’immagine del proprio seno diviene allora testimone della biografia femminile, rappresentazione che amalgama i significati sociali e individuali, creando un’immagine soggettiva, tant’è che “esistono tanti seni quante le donne che lo portano e gli uomini che lo guardano”. Il disagio di un cancro al seno si estende alle relazioni primarie (partner, figli, genitori), poiché colpisce la mente di chi lo subisce, l’anima ed il cuore di chi gli sta vicino. Succede allora che tale malattia sia interpretata come condanna divina, penitenza per un bisogno di vanità o per un abbandono amoroso. Colei che si ammala è, quindi soggetta anche ad un giudizio morale. Non è un caso se i tumori alla mammella sono la tipologia più frequente di consultazione psiconcologica in Italia ed in Europa. L’intervento di ricostruzione mammaria va interpretato come momento integrante dell’iter terapeutico del carcinoma mammario e conseguente mastectomia (asportazione della mammella). Il chirurgo generale e l’oncologo devono essere coinvolti sin dall’inizio dell’iter terapeutico nella decisione di procedere alla ricostruzione. Nessun intervento di ricostruzione mammaria può ottenere una mammella identica alla controlaterale indenne. La finalità della ricostruzione mammaria è quella di ottenere una neo-mammella simile alla controlaterale per forma e per volume. La ricostruzione mammaria è basata su: – ripristino dei tessuti cutanei e sottocutanei toracici – creazione del rilievo mammario – ricostruzione del complesso areola-capezzolo – simmetrizzazione della mammella controlaterale Il tipo di ricostruzione dipende dalla qualità e quantità dei tessuti residui: – disposizione delle cicatrici – spessore del tessuto sottocutaneo – elasticità della cute – presenza del piano muscolare sottostante. Deve considerarsi l’eventuale trattamento radio e/o chemioterapico. L’iter ricostruttivo può essere iniziato durante l’intervento di mastectomia, considerando in particolare prognosi a medio-lungo termine e condizioni generali di salute. Grazie alla prevenzione ed alle più recenti acquisizioni oncologiche, radioterapiche e farmacologiche, sempre più spesso si praticano di routine interventi meno demolitivi rispetto al passato, come mastectomie conservative NSM, SSM, SRM con risparmio del complesso Areola-Capezzolo, dell’intero mantello cutaneo o con un pattern a mastoplastica riduttiva, o come quadrantectomie/tumorectomie associate a rimodellamento ghiandolare. Il ripristino della nuova mammella avviene durante l’intervento demolitivo e si realizza con l’inserimento di una protesi definitiva o di un espansore mammario in sede retromuscolare o con l’uso di lembi autologhi peduncolati o microchirurgici (lembo di gran dorsale, D.I.E.P, lembo di gracile, T.R.A.M…).

Malformativa mammaria

La sindrome di Poland

è una delle anomalie del seno più gravi e più rare. In media ne soffre circa una donna su 7-10mila. L’anomalia consiste nell’assenza dei muscoli pettorali, nello scarso sviluppo (o assenza) delle ghiandole mammarie, in malformazioni delle scapole e delle dita delle mani. Accanto a questa forma ne esistono altre, parziali, in cui il problema può essere limitato a una sola mammella.

È una malformazione congenita, che si manifesta durante l’età puberale attraverso il mancato sviluppo della mammella. Raramente la sindrome è presente in più di un membro della stessa famiglia, il che farebbe escludere l’origine ereditaria.

L’assenza della sola ghiandola mammaria viene corretta mediante una mastoplastica additiva, che consente di dare al seno il volume mancante.

Se invece la malformazione riguarda anche la muscolatura, si rimedia utilizzando un lembo di muscolo gran dorsale, la cui sede naturale è la metà superiore laterale della schiena: nei casi in cui il seno da ricostruire sia di piccole dimensioni, l’intervento consiste nel fare ruotare il gran dorsale sul davanti; nei casi in cui si debba ottenere un volume maggiore, si ricorre invece al contestuale inserimento di protesi.

La convalescenza è di circa 15-20 giorni. I punti, se non riassorbibili, si rimuovono dopo 10-12 giorni. Sulla schiena resta solo una cicatrice trasversale, senza danni funzionali.

Nei casi in cui le condizioni anatomiche lo consentano, la ricostruzione può avvenire mediante la tecnica del lipofilling: viene utilizzato il grasso autologo che viene prelevato dalle sedi in cui è naturalmente presente e trasferito, dopo essere centrifugato e depurato, nella mammella, per creare i volumi che mancano.

Le mammelle tubulari e tuberose

sono una vera e propria malformazione congenita caratterizzata da un certo grado di ipotrofia, specie dei quadranti inferiori, accompagnata da un tipo di  ptosi  particolare. La mammella infatti si sviluppa verticalmente assumendo un aspetto cilindrico con base di impianto stretta. Lo spazio tra le due mammelle è ampio ed anche l’areola è larga o addirittura enorme .Queste caratteristiche si presentano con gravità diversa. Nei casi più gravi il parenchima mammario forza letteralmente la cute areolare fino ad erniarsi al suo interno. La mammella assume così l’aspetto cosiddetto a  “naso di Snoopy” (mammella tuberosa vera). Questo difetto si può certamente collocare tra i dismorfismi più gravi, che comportano quindi risvolti psicologici altrettanto seri.

Per correggere questa deformità si deve liberare la mammella dal suo involucro eccessivamente restrittivo e la si deve ricollocare nella posizione corretta. Il volume insufficiente può essere integrato mediante una protesi mammaria, preferibilmente retromuscolare, che aiuta anche ad espandere la ghiandola

LA SINDROME DI POLAND / LE MAMMELLE TUBULARI E TUBEROSE
A partire da € 7.000

Anestesia
Locale

Durata Intervento
15 / 20 minuti

Ricovero
Nessuno

Ritorno a Lavoro
Subito

Lavoro Faticoso
7 / 10 giorni

Attività sportiva
20 giorni

Rimodellamento corporeo

Addominoplastica

L’Addominoplastica serve per rimodellare l’addome, renderlo piatto, tonico.
Non è un intervento per “dimagrire. L’obiettivo è quello di riposizionare i muscoli addominali eliminando l’eccesso di tessuto adipocutaneo della zona inferiore dell’addome.
Viene eseguito in anestesia generale con una durata da 2 ore e mezza a 4 ore e solitamente necessitano due giorni di ricovero.
La convalescenza dura circa 15/20 giorni il paziente nel giro di pochi giorni potrà tornare alle normali consuetudini di vita indossando una fascia lombare contenitiva; nei primi 3/5 giorni.
La cicatrice che residua dall’intervento resta totalmente nascosta all’interno dello slip o del costume da bagno.

Mastopessi

La mastopessi consiste nella risospensione del seno cadente, mediante riposizionamento del complesso areola-capezzolo e rimodellamento del tessuto mammario.
L’intervento si esegue in anestesia generale ed ha una durata di circa due ore.
Il dolore raramente è intenso, più comunemente è rappresentato da senso di fastidio.
Le attività lavorative e sociali saranno abbastanza limitate per le prime due settimane dopo l’intervento.
Una modica asimmetria può essere considerata accettabile infatti tutti gli organi pari del corpo umano, mammelle comprese, non sono mai perfettamente simmetrici.
La mastopessi non può dare risultati stabili in modo permanente e la paziente deve sapere che potranno essere necessari, nel futuro, delle correzioni ed il chirurgo deve usare tecniche che permettano un rimodellamento senza fare altre cicatrici.

Lipoaspirazione

E’ la rimozione di accumuli adiposi con l’aspirazione mediante cannule attraverso piccole incisioni cutanee.
Le aree più frequentemente oggetto di lipoaspirazione sono rappresentate dalla regione trocanterica, cosce, fianchi, glutei, addome, faccia interna delle ginocchia, caviglie, regione sottomentoniera per quanto riguarda le donne, mentre nell’uomo gli eccessi adiposi sono più frequenti a livello dell’addome, della regione pettorale, dei fianchi, della regione epigastrica e della regione sottomentoniera.
La lipoaspirazione: non è un intervento dimagrante e non elimina la cellulite (termine improprio per Panniculopatia edemato fibro sclerotica).
L’intervento può essere effettuato ambulatorialmente o in regime di day hospital, in anestesia locale, con sedazione o in anestesia generale e ricovero a seconda della quantità di grasso da aspirare.
Nel periodo post-operatorio il paziente dovrà portare una contenzione elastica per le prime due settimane ma può tranquillamente tornare a condurre una vita privata e sociale normalissima.
A questa metodica si può associare una LIPOSTRUTTURA che utilizzando il grasso aspirato ci permette di correggere deficit, aumentare e modellare le zone che vogliamo trattare.

Lipofilling / Lipostrutturazione

Con la tecnica della lipostruttura, è possibile ottenere l’ingrandimento del seno utilizzando, come materiale di riempimento, il proprio tessuto adiposo. Tale metodica azzera i rischi di intolleranza da corpo estraneo e permette di ottenere risultati naturali. Si realizza, inoltre, un miglioramento della silhouette in quanto il tessuto adiposo viene prelevato mediante esecuzione di liposcultura. L’intervento dura circa 2 ore in anestesia generale. Le cicatrici sono impercettibili. I tempi di recupero post-operatorio sono molto rapidi.
I limiti di questa procedura sono quantitativi: non è possibile raggiungere aumenti rilevanti in una sola seduta quindi la paziente deve essere pronta a sottoporsi a multiple sessioni di prelievo e di inserimento, con conseguenti disagi di postoperatori ripetuti.
È una procedura valida per la correzione di piccoli difetti, asimmetrie moderate, dismorfismi areolari di tipo tuberoso o difetti secondari a protesi (superficializzazione, rippling…).

ADDOMINOPLASTICA da 8500 euro

Anestesia: generale
Durata intervento: 3h
Giorni di ricovero:  1-2
Ritorno all’attività lavorativa d’ufficio: 15
Ritorno all’attività lavorativa faticosa: 20
Ritorno all’attività sportiva: 30

MASTOPESSI da 7000 euro

Anestesia:generale
Durata intervento: 2-3
Giorni di ricovero:  1
Ritorno all’attività lavorativa d’ufficio: 15
Ritorno all’attività lavorativa faticosa: 25
Ritorno all’attività sportiva: 30

Trattamento di lesioni difficili, ulcere da decubito

Lesioni difficili

Quando parliamo di ferite difficili ci riferiamo ad un ambito medico particolarmente vasto che riguarda quelle ferite, quelle piaghe e quelle ulcere che guariscono con difficoltà.
Ma cosa si intende per ulcera cutanea? L’ulcera è una piaga che interessa via via sempre più profondamente i vari strati della cute, soprattutto degli arti inferiori, fino ad arrivare a interessare anche i muscoli. Sono lesioni che hanno una scarsissima tendenza alla guarigione, spesso sono molto dolorose ed hanno la propensione a recidivare.
Si localizzano più frequentemente negli arti inferiori per vari motivi:
• Gli arti inferiori sono più soggetti ad alterazioni del sistema circolatorio;
• Le gambe possono essere interessate da traumi;
• Il piede è interessato negli anziani da deformazioni dovute all’artrosi;
• Infine, lo scarso spessore della cute nel segmento distale della gamba è un terreno che favorisce la comparsa delle lesioni.
È un problema complesso, misconosciuto ai più e spesso sottovalutato. Occorre, dunque affrontarlo in modo corretto, in ottica multi-disciplinare, prendendo in considerazione innanzitutto le cause che hanno portato alla formazione della lesione, sulla cui base andrà definito il più appropriato percorso terapeutico.
La formazione di una lesione cronica ulcerata della cute può derivare da diversi fattori e numerose sono le cause che possono ritardare ed ostacolarne la guarigione.
Nel trattamento di queste lesioni è fondamentale identificare e correggere i fattori che impediscono la normale evoluzione del processo ripartivo, perché solo questo può garantire il successo terapeutico.
Per quanto riguarda la loro genesi, circa il 80% delle lesioni ulcerative croniche cutanee è costituito da ulcere da pressione (dette anche ulcere da decubito), ulcere venose e ulcere del piede nel soggetto diabetico.
L’altro 20% comprende ulcere da malattie immunologiche, dermatologiche, neurologiche, da neoplasie.
• Ulcere da pressione (o da decubito). L’incidenza delle lesioni da pressione, o da decubito, è andata aumentando negli ultimi anni a seguito dell’aumento della popolazione anziana e con patologie cronico-disabilitanti. In questo caso è importante da un lato prevenire e trattare i fattori che ne favoriscono la formazione (malnutrizione, anemia, diabete, incontinenza urinaria e/o fecale), dall’altro evitare i fattori meccanici che agiscono localmente sulla cute (la posizione obbligata per ore, lo stiramento e lo sfregamento della cute).
• Ulcere venose. Costituiscono il 70-80% delle ulcere da cause vascolari e si presentano più frequentemente dopo i 60 anni e nel sesso femminile. Sono dovute alla iperpressione sanguigna che si forma in vene varicose e molto dilatate.
• Diabete mellito. Provoca alterazioni dei vasi sanguigni, maggiore suscettibilità alle infezioni della pelle, stato infiammatorio cronico: tutti fattori di rischio per la formazione di ulcere. Tra le infezioni più temute e invalidanti, il cosiddetto “piede diabetico” che colpisce circa il 25% dei pazienti diabetici.
• Ulcere arteriose. Sono lesioni che compaiono generalmente in soggetti anziani, per lo più maschi, che presentano un deficit della circolazione arteriosa agli arti inferiori. La causa generalmente è l’alterazione del colesterolo o il fumo di sigaretta. Entrambi questi fattori causano un restringimento delle arterie associato a uno stato infiammatorio cronico che causa una diminuzione del flusso di sangue agli arti inferiori.
Data l’origine molto varia di tali lesioni, risulta che è essenziale un corretto inquadramento del paziente per identificarne le cause scatenanti ed il loro trattamento. Non ci si deve, infatti limitare a trattamenti con medicazioni locali, ma si deve capire ciò che ha provocato la lesione per poterla trattare in modo appropriato. Potrebbe, quindi essere necessario eseguire esami strumentali, esami ematici, modificare una terapia già in atto o iniziare una terapia nuova.
Non meno importante è il trattamento locale della lesione con l’impiego di prodotti adatti alle caratteristiche, alle dimensioni, alla profondità delle lesioni.
Recentemente si sono resi disponibili nuovi prodotti terapeutici ad elevato contenuto tecnologico (medicazioni avanzate e biologiche), la cui adozione nella pratica clinica deve sottostare ad un’attenta analisi guidata da principi di evidenza medica.
Ecco perché, nel trattamento delle lesioni cutanee, è fondamentale un approccio multidisciplinare, cioè affrontare il problema da diversi punti di vista e con competenze specialistiche eterogenee (chirurgia vascolare, chirurgia generale, chirurgia plastica, dermatologia, diabetologia, medicina interna, chirurgia della mano e del piede).